La sharing economy dopo il virus

di Christian Lechner

L’economia dopo il virus non sarà la stessa, i nostri preconcetti cognitivi non saranno gli stessi e forse neanche la sharing economy sarà più la stessa. E ora che fine farà la sharing economy? Francesca, proprietaria di due case da affittare in Puglia, è piuttosto preoccupata. Tutte le sue prenotazioni per il resto di marzo e aprile sono state cancellate, per maggio sono già state cancellate più della metà. Francesca non è la sola. Nella sua stessa situazione si trovano tanti altri tra i sette milioni di proprietari che offrono la propria casa su Airbnb che stanno ora subendo le conseguenze della ricaduta del coronavirus. Con i viaggi che si sono fermati per limitare la diffusione dell’epidemia, i problemi che Airbnb e altri siti di viaggi online come Booking.com hanno subito una rapida escalation. Airbnb posticiperà la quotazione in borsa, prevista per il 2020, mentre tutti gli operatori del settore vedono le loro azioni in discesa libera sperando — una volta superato la crisi — di tornare alla normalità. Sarà così?

Airbnb era stato fondata con successo durante una recessione. Perché? Perché c’era chi aveva bisogno di soldi e quindi era disposto ad affittare la sua casa o anche solo una stanza. D’altro canto, c’era chi cercava un’alternativa più economica al tradizionale albergo. Quando i fondatori andavano a giro per validare l’idea, dovevano confermare quello che in gergo imprenditoriale si chiama l’ipotesi più rischiosa. L’ipotesi più rischiosa deve verificarsi per far funzionare l’idea. Allora si chiedevano: «La gente pagherà per dormire in casa di estranei?». Fino a tre settimane fa questa domanda sembrava banale, oggi non lo è più.

ShareNow, il servizio di car sharing, ha mandato questa settimana una mail a tutti i suoi clienti annunciando che le sue macchine sarebbero state disinfettate quattro volte più del solito. Lime, il servizio di scooter sharing, ha emesso avvertimenti simili. Sharengo a Roma sta approfittando della situazione per rinnovare la sua flotta tra marzo e metà aprile. Servizio chiuso per ristrutturazione.

I mercati sono psicologia e il comportamento dei consumatori sono psicologia. In pochi anni siamo passati dal possesso di beni (film, musica) allo streaming momentaneo. La sharing economy ha prodotto imprese ipervalutate (ed ora crollate) come Uber. Il noleggio, l’uso per tempo, la condivisione sembrava aver sconfitto il vecchio modello economico della proprietà dei beni. Tanto che ShareNow è un servizio offerto da due colossi come Bmw e Daimler Benz. Mio figlio qualche mese fa dichiarava la sua intenzione di fare la patente per poi andare a giro con le macchine di car sharing; ieri mi chiedeva quanto costa una macchina d’occasione.

Una chiave per capire cosa succederà con la sharing economy sono i pregiudizi che portano gli individui ad errori di valutazione. Il premio Nobel Kahnemann con il collega Twersky si erano dedicati negli anni Settanta allo studio di questi bias cognitivi che influenzano come stiamo percependo il mondo attorno di noi e di conseguenza prendiamo le nostre decisioni. Uno di questi sembra particolarmente rilevante: il loss-avoidance-bias, cioè l’avversione alla perdita. L’idea chiave dell’avversione alla perdita è che le persone reagiscono in modo diverso ai cambiamenti positivi e negativi: perdere qualcosa (una somma di denaro, un oggetto, eccetera) è peggio che guadagnare la stessa cosa. Quando Airbnb era stato fondato, durante una recessione, generalmente la gente aveva poco da perdere è quindi il loss-aversion-bias era relativamente basso. Dopo il coronavirus la situazione potrebbe essere molto diversa, e la gente valuterà la salute, la sicurezza in modo diverso.

L’economia dopo il virus non sarà la stessa, il nostro comportamento non sarà lo stesso, i nostri preconcetti cognitivi non saranno gli stessi e forse neanche la sharing economy sarà più la stessa. Basata su un modello economico che funziona solo con i grandi numeri di utilizzatori ed di utilizzazioni, cioè la massimizzazione dell’utilizzo dei beni con interventi minimi di servizio da parte di persone vere, la sharing economy è molto fragile anche di fronte a fluttuazioni minime. Saremo ancora disposti a dormire in case di stranieri, non conoscendo l’host in persona ma solo in modo virtuale?

(Da Corriere dell’Alto Adige, 29 marzo 2020)

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