L’intreccio fra politica ed economia

di Federico Boffa

 

La politica ha un impatto fondamentale sulla crescita e sul benessere dei cittadini nel medio e lungo periodo. E’ dunque evidente che politica ed economia siano strettamente legate. E’ però altrettanto chiaro che esse abbiano (o debbano avere) funzioni ben distinte.

La politica interviene in ambito economico mediante la politica economica, che stabilisce le regole del gioco, per consentire poi ai giocatori (cittadini, imprese, associazioni) di operare al meglio. Il compito, molto delicato e certamente non facile, della politica economica è quindi in generale quello di definire delle buone regole, così che i giocatori possano dare il meglio. Gli studi economici concordano nel mostrare una correlazione fra buone regole e benessere. I Paesi con politiche economiche ben calibrate (ad esempio, un sistema fiscale snello e semplice, una pubblica amministrazione efficiente, una giustizia civile e amministrativa rapida, una politica seria in favore della concorrenza) creano posti di lavoro, specialmente nei settori dinamici, ad alto valore aggiunto e aperti alla concorrenza internazionale, vedono nascere e svilupparsi le imprese produttive, registrano elevati investimenti in capitale umano e in innovazione. Da un altro punto di vista una buona politica economica permette a ognuno di noi di coltivare i talenti che possiede e di esprimerli al meglio producendo benefici per sé e per la società. Al contrario, Paesi con regole poco lungimiranti, magari perché finalizzate alla difesa di settori obsoleti o alla chiusura nei confronti di concorrenza e innovazione, sono destinati alla stagnazione se non al declino.

Eccetto pochi settori specifici, come quelli sanitario, militare o dell’educazione, non è invece compito della politica entrare in campo come giocatore. In altri termini, non spetta alla politica intervenire direttamente nell’amministrazione delle imprese o, più in generale, nella produzione di beni e servizi. Nella pratica, tuttavia, questo talvolta accade, ed è interessante valutarne gli effetti. Un recente paper di Lorenzo Magnolfi e Camilla Roncoroni, presentato nel workshop di economia applicata all’Università di Bolzano lo scorso marzo, va in questa direzione, studiando gli impatti delle connessioni politiche dei dirigenti delle catene di supermercati in Italia. I due studiosi misurano l’effetto della presenza di politici nel consiglio di amministrazione dei supermercati, nel periodo 2000-2013, sull’apertura di nuovi punti vendita, sul loro profitto e sulla presenza nell’area circostante di supermercati appartenenti a catene concorrenti. I risultati confermano che questo tipo di intreccio fra politica e industria può avere conseguenze poco desiderabili: i supermercati con connessioni politiche riescono ad aprire mediamente una maggiore quantità di punti vendita e, allo stesso tempo, operano più spesso in assenza di concorrenza. Tramite una simulazione, gli autori mostrano che le connessioni fra supermercati e politica possono portare, in alcune città, a un aumento dei prezzi fino a circa il 10%, risultato per nulla irrilevante.

Dalla ricerca deduciamo che la politica, quando diventa giocatore, rischia di abdicare al proprio ruolo di garantire buone regole e parità di condizioni alle imprese e può arrivare a ostacolare il dispiegarsi delle forze imprenditoriali, limitando così la concorrenza, con effetti nocivi per i consumatori. A questo aspetto negativo del coinvolgimento diretto della politica nell’amministrazione delle imprese se ne può aggiungere un altro, costituito dalle inefficienze e dalle cattive gestioni che talvolta le caratterizzano, e che possono generare passività che spesso poi vengono traslate sui contribuenti.

La politica economica ha già il suo bel da fare nello stabilire buone regole. Deve invece resistere alla tentazione di farsi coinvolgere direttamente nella gestione delle imprese, quando non strettamente necessario. A prima vista al politico questa soluzione può sembrare utile, non solo perché amplia la propria sfera d’azione, ma anche perché può sembrare il modo più diretto per incidere sul sistema economico. Tuttavia, in realtà essa nasconde grandi insidie, e conduce spesso a risultati ben poco desiderabili per i cittadini, sia come consumatori che come contribuenti.

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