La crescita va condivisa

di Mirco Tonin

L’aggiornamento congiunturale di Banca d’Italia presentato recentemente conferma un andamento positivo dell’economia, in particolare di quella altoatesina. Dinanzi a un dato quantitativo molto incoraggiante, ci si deve però anche interrogare sulla qualità della crescita, ad esempio su quanto sia condivisa nella società. L’andamento dei salari reali nel settore privato pone dei dubbi sul fatto che il dinamismo dell’economia si traduca in un effettivo aumento del benessere per tutti gli strati della popolazione. Ciò può avere delle conseguenze avverse sia dal punto di vista della stabilità sociale, sia per quanto riguarda l’efficienza del sistema economico.

Per rendere la crescita maggiormente condivisa è necessario avere a disposizione gli strumenti adeguati. Si tratta di un compito non banale, dato che in sistemi economici complessi ci può essere uno scostamento notevole tra quello che una politica economica o sociale si prefigge di raggiungere e le sue effettive conseguenze. Un esempio recente è uno studio di Clemens Fuest, Andreas Peichl e Sebastian Siegloch sulla tassazione alle imprese. Guardando all’imposta locale sulle aziende in Germania, gli autori trovano come circa la metà nominalmente a carico delle imprese sia in realtà pagata dai dipendenti, attraverso salari inferiori. I più colpiti sono quelli con qualifiche basse, le donne e i giovani. Una tassa intesa per le imprese viene quindi pagata per la metà dai lavoratori, soprattutto dai più deboli. In un altro studio appena uscito, due economisti, Youssef Benzarti e Dorian Carloni, evidenziano come una massiccia diminuzione dell’Iva sui pasti al ristorante in Francia, scesa dal 19,6% al 5,5%, abbia beneficiato principalmente i profitti dei ristoratori, senza tradursi in prezzi sostanzialmente più convenienti per i consumatori, nonostante il fine dichiarato della misura fosse proprio quello di stimolare i consumi. Più in generale lo studio mostra come, a livello europeo, un aumento dell’Iva del 10% porti in media a un aumento dei prezzi del 5,5%, mentre un’equivalente diminuzione riduca i prezzi solo dell’1,3%. Considerazioni simili valgono per tutti i tipi di sussidi, sgravi e incentivi. L’effetto delle politiche sociali non è quindi ovvio. Non significa che vi si debba rinunciare, quanto piuttosto che sia necessario un atteggiamento aperto e pragmatico e che l’efficacia delle misure varate deve essere continuamente monitorata.

Pubblicato sul Corriere dell’Alto Adige del 30 novembre 2017

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